Nils Petter Molvaer

La musica del trombettista e compositore norvegese Nils Petter Molvaer non anela a un’armonia o una unità universale, ma si sperde nelle deflagrazioni interiori, nelle braci e nelle infuocate lave dell’anima per eruttare travolgendo l’esterno, irrompere nella realtà trasformandola, trasfigurandola.

Nils Petter Molvaer sguscia fuori dal jazz e continua a percorrere la strada contaminativa, meticcia, inaugurata dal jazz-rock (fino al jazz-hip hop) di Miles Davis e proseguita, con alterni risultati, da diversi artisti.


Nu-jazz, dunque, ma nu-jazz “pesante”, di ricerca, non patinato, scavato nella roccia ritmica del drum’n’bass, degli scarti e dei frammenti elettronici, dei campionamenti, dove il suono/prodotto collettivo di musicisti e dj si esteriorizza interiorizzandosi, non anela a un’armonia o una unità universale, ma si sperde nelle deflagrazioni interiori, nelle braci e nelle infuocate lave dell’anima per eruttare travolgendo l’esterno, irrompere nella realtà trasformandola, trasfigurandola.


Non si perde, però, la melodia. È incredibile come Petter Molvaer (le cui session live sono affollamenti di strumenti e strumentisti, spesso compressi in palchi minuscoli, sempre insufficienti ad accoglierne la prorompenza orchestrale, trafitti da lampi di colori e luci virulenti che folgorano il buio delle costruzioni sonore grazie al lavoro di eccellenti vj) riesca, nel caos ritmico, nelle complesse, polifoniche architetture della sua musica piretica, a far affiorare sofferte, struggenti melodie, rapsodici afflati narrativi, liricissimi, la cui rinascita – come una fenice dalle fiamme – è affidata proprio alla tromba. Indimenticabile resta “On Stream”, nell’album di esordio Khmer: nel suo “flusso” sussurrato da una sezione ritmica fantasmatica, come svanita nel nulla del destino contemporaneo, il soffio graffiato della tromba intesse un racconto melodico di bellezza disperata.
Per questa complessa razionalità – e razionalizzazione –, lo stile di Nils Petter Molvaer è stato definito, con un gioco di parole, “fusion a freddo”. In realtà, il calore e l’emozione sono predominanti, benché frementi, irrisolti, spesso traumatici. L’interiore e l’esteriore si scontrano, si ibridano, in una tessitura non dialettica ma dialogica, dialogo razionale-emozionale che produce anche rotture, rumori, fughe, implosioni ed esplosioni. E anche il jazz resta, nell’elettronica, benché l’artista non manifesti un eccessivo entusiasmo nei suoi confronti.


Al suo originale e innovativo stile noir, Petter Molvaer è arrivato, se così si può dire, generazionalmente. Nato a Sula, nella costa nordoccidentale della Norvegia, nel 1960, figlio di un noto musicista jazz norvegese, prima ha studiato il basso, la batteria e le tastiere, e infine la tromba.
Nella sua carriera jazzistica ha suonato con importanti nomi come Elvin Jones, George Russell, Gary Peacock, per poi arrivare al gruppo dei Masqualero, guidato dal bassista Arild Andersen, dove è rimasto per tutti gli anni Ottanta.


La sua carriera solista si fa strada attraverso la contaminazione con l’elettronica, prodiga di sperimentazioni e gravida di fermenti filosofici, soprattutto un sentimento di pessimismo “nero”, “cosmico”, che accomuna Petter Molvaer a gran parte dei musicisti nordici della sua generazione, come Eivin Aarset, Bugge Wesseltoft, ma anche come Bjork: nella loro musica la società postindustriale non ha dissolto ma anzi accentuato, inferocito il rapporto con la realtà e con la razionalizzazione, ancestralmente mediato dal mito e dall’irrazionale del fantastico, dalla nera magia delle fiabe nordiche. Presente e passato si ritrovano nella contemporaneità “fantastica” e allo stesso tempo iper-reale, dove il solipsismo dell’oggi accoglie con sofferente consapevolezza il buio e freddo paesaggio esteriore, ravvivandolo di fantasmi, di scarne ossessioni, di lamenti metafisici.

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